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19.10.2013 - 10.01.2014

NICOLA PECORARO

Society //gallery

Come in molti artisti europei della sua generazione Nicola Pecoraro manifesta un palese disinteresse rispetto quelli che sembrano essere i valori correnti sui quali si fonda gran parte della ricerca artistica contemporanea.

Egli non sembra interessato a collocare il suo lavoro facendo riferimento alla storia o al sistema dell'arte, bensì ad un insieme di segnali che provengono dal quotidiano. Segnali che si accumulano, e, addensandosi, tendono a cambiare di significato o a perderlo del tutto, un po' come il rumore bianco è generato dall'accumulo di frequenze sonore. Questa densità rende difficile la lettura del lavoro, e così facendo lo apre a molte più interpretazioni.

Questa mostra è un tentativo di far confluire un pensiero materiale in una serie di oggetti. Nel processo creativo è tutto abbastanza casuale, utilizza la cera perché ha sentito che si usa in una festa religiosa ed è di facile reperimento a Catania, così come per i legni utilizzati per le forme… “in ogni angolo nascono cumuli di detriti”. E’ casuale nella misura in cui ogni azione presuppone una conoscenza ereditata dalla precedente esperienza e/o appresa contestualmente al fare dall’artigiano di turno. Un approccio consapevole, ma allo stesso tempo intuitivo, un procedere fatto di tentativi su tentativi, prove su prove, scarti su scarti, che lo arricchisce di conoscenza e significati, fin al punto in cui l’opera si manifesta.

In mostra sono presenti tre tipologie di opere: una "pittura" su plastica, sculture in cera e uno slideshow proiettato su parete.

Egli definisce queste, come tutti i suoi lavori, “scorie” di un processo. Sono superficie polietileniche su cui agiscono con parziale autonomia pigmenti, acidi, e materie di ogni genere. Sono massa, sottraggono aria ad un volume (lo stampo), peso su una superficie, sono monoliti monumentali fatti di una materia duttile, ma che raffreddata diviene dura al punto da poter essere scolpita come pietra, rimanendo sempre sensibile al calore e alle condizioni ambientali. Sono immagini astratte, ma allo stesso tempo visioni di una realtà comune ai nostri occhi, con un carattere formale esaltato dal viraggio in bianco e nero. Immagini fotografate, manipolate e proiettate, giusto per complicare la lettura o meglio aggiungere esperienza a esperienza, tentativo ad altro tentativo.

Semplici scorie che tuttavia posseggono una straordinaria qualità plastica, quanto una notevole potenzialità lirica, aspetti propri dell’arte e sufficienti a renderle altro rispetto a ciò che sono. Sono opere in grado di stimolare la sensibilità, il giudizio estetico, quanto di raccontare e mostrare una porzione della realtà.

A monte nessuna idea, nessun racconto o tema, solo l’opera che diviene idea nel processo stesso di crearsi.

Society

Like many European artists of his generation, Nicola Pecoraro has an evident disinterest in what appear to be the prevalent values on which much of contemporary artistic research is based.

He seems little concerned with placing his work through reference to history or the art system, but rather to a set of signals coming from everyday life. Signals that pile up and thicken, which tend to change in meaning or lose it altogether, a little like white noise generated by the accumulation of sound frequencies. This density makes understanding the work difficult and thus opens it up to many more interpretations.

This exhibition is an attempt to enable material thought to flow into a set of objects. In the creative process it is all fairly random; he uses wax because he has heard of it being used in a religious feast and because it can easily be found in Catania, just like the wood utilised for the moulds… “heaps of debris are created in every corner”. It is accidental to the extent that every action presupposes knowledge acquired from previous experience and/or gleaned from an expert craftsman at work. An aware, but at the same time intuitive approach, a way of working involving trial after trial, test after test, scrap after scrap, that enhances it with understanding and meaning up to the moment when the work comes about.

Three types of works are on show: a “painting” on plastic, wax sculptures and a slideshow projected on wall.

Like all his works, he defines these as the “waste products” of a process. They are polyethylene surfaces on which pigments, acids and materials of every kind act with partial autonomy. They are mass, they subtract air from a volume (the mould), take weight off a surface, they are monumental monoliths made up of ductile matter, but which when cooled becomes hard enough to be carved like stone, remaining sensitive to heat and environmental conditions. They are abstract images, but at the same time visions of a reality we are used to seeing, with a formal quality heightened by the black and white toning. Images photographed, manipulated and projected, just to complicate the reading or rather add further experience, further attempts.

Simple waste materials that nonetheless have an extraordinary plastic quality and equally a remarkable lyrical potential, aspects precisely of art and enough to make them different to what they actually are. They are works that may stimulate sensitivity, aesthetic judgment and yet equally tell and illustrate a segment of reality.

Starting off from no particular idea, no story or theme, just the work that becomes idea in the very process of being created.




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