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05.06.2015 – 25.09.2015

group show with

MELANIE BONAJO, HUGO CANOILAS,
VASCO COSTA, FILIPE FEIJÃO,
VIOLA YEŞILTAÇ

Dromosphere //gallery

Dromosfera e’ una mostra concepita pensando all’attuale situazione nel Mediterraneo. Gli artisti presentati hanno cercato di evocare  questa ferita aperta, le cui radici coinvolgono aspetti sociali, politici, culturali e ideologici, sottoponendo le loro opere a una nuova lettura, che amplia il loro significato intrinseco e estende la loro vita.

I lavori selezionati propongono diverse e alternative forme di pensiero, qualcosa da percepire con la testa e lo stomaco: in relazione all’ingerenza del Nord, il razionale e l'assenza di una politica reale o di idee  sostenibili.

Le immagini e le esperienze di questa mostra sono ricettacoli in grado di assorbire le proiezioni dei visitatori, evitando una critica da pamphlet. La vera questione dell'arte in Dromosphere è la sua capacita’ oggi di interagire verso il tutto - l'artistico, sociale e politico.

Si cammina su di un nuovo terreno, 60 centimetri sopra il pavimento della galleria. Una esperienza vissuta tra una prospettiva animale e quella umana (guardando verso la superficie di nuova costruzione - dritto per mantenere l'equilibrio) ci si muove lentamente, reimparando a camminare.

Dromosphere, di Vasco Costa che ha declinato il nome da Paul Virilio, è allo stesso tempo il terreno fisico e concettuale della mostra, in grado di provocare un certo inquinamento di tempo e di spazio, la scomparsa delle distanze tra luoghi e l'annullamento dello spazio a causa del tempo e della perdita di contatto con la terra.

Con una simile idea di distanza dal “naturale”, con l'opera Night soil-fake paradise, Melanie Bonajo tenta di ricreare un nuovo sistema di valori o etica in simbiosi tra lo spirituale, l’artistico e  il politico. Una critica nei confronti dell’idee socio-politiche che viviamo. Partendo dall'uso di ayahuasca, una medicina naturale in Amazzonia con effetti psichedelici paragonabile all’LSD negli anni '60, propone l'idea di un corpo ultra sensibile capace di declinare una nuova forma di intendere il mondo, libero da vincoli razionali e da limiti sociali precostituiti.

Realizzato in un tempo e in uno spazio molto diverso, Filipe Feijão è stato per gli ultimi 10 anni impegnato nella costruzione di una scala esterna alla propria casa. Un display dove espone  oggetti ritrovati o di nuova creazione che si modificano con il passare del tempo. In una miscela complessa tra l'erudito e il popolare, tra l'evoluzione naturale e organica e l’alchemico.  Le opere di Feijão sono rimaste invisibili, come un servizio segreto condiviso solo con gli amici e visitatori della propria casa. La sua opera evoca le complesse questioni che scaturiscono dallo spostamento di un’opera concepita in situ, come  la grande scala, in uno spazio espositivo come riproduzione.

Con un atto simile di “ri-rappresentazione”, Hugo Canoilas propone una veste vernacolare di una precedente performance mostrata  quasi come un artefatto religioso. Il lavoro è stato usato per Jeffrey, alter ego di Hugo Canoilas, in “Sinhô Elias” - una performance che affronta “la situazione corrente”.  In un misto tra il poetico e immaginari discorsi profetici, tra cervello e stomaco, l’autore rende omaggio a Norbert Elias. La veste rimane come oggetto povero, unica memoria della performance e presenta immagini e testo, inseriti sopra una pittura astratta simile a un batik. Un insieme che testimonia l'impegno di Canoilas nel coltivare un forte interesse per il rapporto tra linguaggio e immagini e la loro naturale interferenza.

In perfetta armonia tra forma e significato, le opere di Viola Yesiltaç immergono lo spettatore in un palcoscenico meditativo. Lo spettatore, con la sua voracità per il significato, da’ un senso razionale al testo, il cervello svolge il suo compito, ma allo stesso tempo si libera a favore di una percezione provocata dal corpo della pittura astratta.

A complemento della mostra la performance"Come sparire completamente" dove Canoilas, vestito con un abito “green chroma” antropomorfo, siede in cima al muro dell'ufficio della galleria durante l'inaugurazione della mostra. La visibilità assoluta della tuta, usata nel cinema e TV per rimuovere il soggetto o lo sfondo, è qui in piena visibilità. Una riflessione intorno alla resistenza offerta dalle sua opera eterogenea alla mercificazione e alla semplificazione delle informazioni.

 

Dromosphere is a show projected with the current situation in the Mediterranean in mind. 

The attempt to evoke the open blast that the crisis in the Mediterranean represents in its social, political, cultural and ideological roots was made possible by the artists that were open to subject their works to a new reading, enlarging the life and meaning of their works.

The selection of works offer a small set of alternative forms of thought, something to be received between the head and the stomach, against the supremacy of the North, the rational and the absence of neither a real politics (content) or ideal politics (form) that could be sustainable.

The images and experiences of this exhibition are receptacles to receive the projections of the visitors, avoiding a pamphleteer critique. The real matter of art in Dromosphere is the interconnections that it evokes towards the whole – the artistic, social and the political, at the contemporary moment.

You will be walking on top of a new ground, 60 cm above the gallery floor. You will stay between animal and human perspective (looking towards the newly constructed floor – straight to keep balance) You slow down, you perform the act of relearning to walk.

Costa’s Dromosphere, that borrowed its name from Paul Virilio, is both the physical and conceptual ground for the exhibition. It evokes a certain pollution of time and space, the disappearance of the distances between places and the annihilation of space for the sake of time, the loss of touch with Earth.

With a similar idea of being disconnected to the natural, the work of Melanie Bonajo’s Night soil-fake paradise, attempts to recreate a new system of values or ethics in a symbiosis between the spiritual, the artistic and the political, critical to the socio-political environment we live in. The use of ayahuasca, an Amazon natural medicine with psychedelic effects can be related to the use of LSD in the 60’s and the idea of an ultra sensitive body capable of remaking a new form of understanding the world free from its rational and socially built constraints.

Made in a very different time and space, Filipe Feijão has been for the last 10 years, building a staircase outside his house, where he displays found and made objects that change with the weather as time passes by. In a complex mixture between the erudite and the popular, the natural and organic evolution and the alchemic, Feijão’s works have remained invisible, like a secret service shared only with friends and visitors of his home. The great challenge of presenting this complex oeuvre has routes on the ideas of the space between studio and exhibition and in situ production and its reproduction.

In a similar act of restaging, a vernacular vest from a performance is displayed quasi like a religious artifact. The work was used as prop for Jeffrey, alter ego of Hugo Canoilas, for Sinhô Elias – a performance that tackled the “current situation”. In a mixture between the poetic and the faux prophetic speeches, the brain and the stomach, and paying homage to Norbert Elias, the vest remains as an empowered object and the only remain of a performance. As object, the vest is composed with images and text over batik like abstract painting that continue the artists interest in the relation between language and images and its mutual interference.

In perfect harmony between form and meaning, the works of Viola Yesiltaç give a place for the viewer to dive into a meditative stage. The viewer, with it’s voracity for meaning, read the poetic and yet affirmative texts painted, releasing their bodies to another time and form of communication, that of a body with another. 

In "How to disappear completely" Canoilas is dressed in a anthropomorphic green chroma suit and sitting on top of the wall of the office of the gallery - during the opening of the exhibition. The absolute visibility of the suit that is used in film and TV to remove the subject or background draws attention to the resistance that the heterogeneity of his work has been offering against commodification and information.




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